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IL PRIVILEGIO DEL MARGINE
Anche se “lo spazio centrale” di un luogo, concreto o metaforico, di un testo, ha una sua connotazione definita, strutturata e più o meno organizzata, il mancato riconoscimento dell’importanza del “margine” (parola indoeuropea senza etimologia, marginale appunto), comporta un privarsi non di una parte insignificante ed accessoria ma di quel “luogo” in cui il pensiero si articola, rimanda, instrada su vie laterali che offrono spunti interessanti, inattesi, che stimolano la creatività e il desiderio del nuovo, del non ancora pensato.
Come negli originali marginalia dei codici medievali, dove comparivano mostri allegorici affascinanti, note e suggestioni che segnavano il limite del testo per reinterpretarlo e ridimensionarlo, rinnovarlo o scompaginarlo.
È sul margine che si può cogliere il tragico paradosso delle teorie della crescita, continua e senza limiti, che alimenta e dilata le disuguaglianze economiche, le disarticolazioni sociali, il saccheggio della natura e del paesaggio, le pratiche pandemiche.
Ma, al contempo, assumere il punto di vista del margine consente di occupare una posizione privilegiata, considerato che è proprio qui che si sta anticipando la futura umanità con le sue esperienze di radicale rinnovamento delle regole del vivere, a partire da nuovi sentimenti di cura e restituzione di senso nei confronti del territorio e delle sue comunità.
Tante le esperienze che propongono un pensiero ecologizzato, ovvero una visione che ha assunto le sfide della complessità e si traduce in soluzioni articolate in grado di superare le contraddizioni sistemiche che minano la nostra stessa sopravvivenza e di decostruire le rappresentazioni dominanti, mettendo in atto una trasformazione individuale e collettiva attraverso la strutturazione di spazi creativi radicali, innovativi e alternativi.
Con rigore e senza nostalgie per il passato, guardando al futuro con quella consapevolezza che permette di vedere la ricchezza di forme di vita ritenute obsolete, che contengono in sé la possibilità di salvezza, ma nello stesso tempo i limiti, la coscienza di chi vive da sempre sul margine. Quella “misura” che l’umanità sembra avere smarrito, nata nel Mediterraneo e raccolta dai miti greci, che spesso è passione e contraddizione piuttosto che equilibrio (F. Cassano, Il pensiero meridiano, 1996). I margini come terra incognita, quelli di cui l’Odissea racconta.
VARCARE LA SOGLIA
Siamo consapevoli che il concetto di margine ha innumerevoli declinazioni. Il margine è dove qualcosa finisce, ma anche dove qualcosa comincia, ciò che rende la realtà misurabile, stabilisce un rapporto con il diverso, con l’estraneo, definisce ciò che non è né al di qua né al di là, la “soglia”, luogo di passaggio, di trasformazione.
E non indica solo concetti spaziali, ma anche legati alla nozione stessa di esistenza, biologici, psicologici, sociali. La vita in sé, per le teorie della complessità, può essere interpretata nella sua evoluzione da forme semplici ad altre più complesse, come un susseguirsi di margini, un fenomeno che si pone al margine tra ordine e caos.
Questa è la sfida che MARGINALIA vuole raccogliere: “varcare la soglia” per aggregarsi ad un mondo nuovo (A. Van Gennep, I riti di passaggio, 1909), per raccontare un pluriverso, una raccolta di visioni del mondo e di pratiche, vecchie e nuove, locali e globali, interculturali per la trasformazione. Perché … per restare, davvero, bisogna camminare, viaggiare negli spazi invisibili del margine (V. Teti, La restanza, 2022).
Distruggete i manoscritti, ma conservate ciò che avete tracciato a margine, per noia, per disperazione e come in sogno.
(OsipMandel’štam, Il rumore del tempo. Fedosia. Il francobollo egiziano, Einaudi, 1970)
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